DIARIO DI CHIARA
IL DIARIO DI CHIARA
IL MONDO GIRA ALLA ROVESCIA
Kathmandu, 20 Settembre 2003
Chiara
Kathmandu, la capitale, la metropoli (come me l'aveva descritta qualcuno) mi è
sembrata più che altro un grande villaggio disseminato di templi e invaso da un flusso di
automobili strombazzanti, moto carretti e biciclette. Una volta sbarcata nel minuscolo
aeroporto e dopo un'ora di formalità burocratiche ho finalmente incontrato Silvia e Sauro.
Insieme abbiamo attraversato un labirinto di viuzze più o meno asfaltate e siamo riusciti a
raggiungere Baluatwar, la zona dove ha sede Apeiron vicino ad un delizioso tempietto. Li
c'è 'la sede' di Apeiron, ma per me è stata da subito la casa e, del resto, ho imparato presto
a non ragionare con i termini ufficiali della cooperazione (Sede, Staff, controparte locale,
accordi bilaterali, fondi etc.) ma con quelli dell'impegno in prima persona.
La mia prima giornata ad Apeiron Nepal è cominciata alle 9:00 del giorno
successivo con l'incontro con lo STAFF. Ho conosciuto Visnu e Kamala, le due signore che
si occupano della casa, e Lila, il tuttofare, traduttore e guida per i 'visitatori' come me. Mi
sono resa conto quasi subito che lo STAFF fa a tutti gli effetti parte dei progetti di Apeiron:
sia Visnu che Kamala, ad esempio, sono state presentate dalla Women's Foundation, Visnu
poi è la madre della piccola Sara, la bambina che l'anno scorso Silvia è riuscita a strappare al
traffico delle adozioni (una bimba con un viso dolcissimo!).
Il lavoro di Silvia e Sauro, e un po' anche delle persone come me che vengono a
vivere la realtà di Apeiron Nepal per poco tempo, comincia proprio dal confronto e
scontro con le consuetudini del paese. Questo non significa tanto imparare come e cosa
bere o mangiare, ma piuttosto confrontarsi con le persone che lavorano per Apeiron Nepal.
Spiegare a Lila che è un bene che suo figlio rispetti le regole basilari dell'igiene (mentre lui è
tutto concentrato sullo spreco d'acqua 'sarebbe dovuto nascere in America per quanto si
lava!' è stato il suo laconico commento). La stessa Visnu, per usare le parole di Sauro, non
rientrerebbe mai negli standard di 'impiegata produttiva', ma ha fatto dei miglioramenti
pazzeschi se consideriamo che era una donna abituata a vivere per strada. Non per nulla è
ancora poco convinta (oltre che dell'uso delle posate) della effettiva possibilità di mangiare
al nostro stesso tavolo ed è quanto mai stupita dell'affetto e del rispetto con cui viene
trattata. Non si tratta affatto di atteggiamenti pietisti o paternalistici ma è, semplicemente
offrire a questa gente una alternativa rispetto al modello di sopraffazione che, troppo spesso,
è l'unico che hanno conosciuto.
Nei giorni seguenti ho avuto modo di conoscere quella che, nel gergo della
cooperazione, viene definita 'controparte locale'. Anche in questo caso io sono felice di non
poterne dare una descrizione standard. Le prime persone che ho conosciuto sono due
splendide ragazze nepalesi, Renu e Kamala che dirigono l'associazione Women's
Foundation. Renu è più 'occidentalizzata', con i capelli corti e la moto, Kamala vestita in
modo più tradizionale ma entrambe hanno di assai poco 'tradizionale' l'orgoglio di essere
donne che hanno studiato e che. Il giorno in cui sono arrivata Renu aveva fatto le lavorano
per educare e difendere i diritti delle loro connazionali quattro di mattina in ospedale per
accudire un bambino e il giorno dopo Kamala si è alzata alla stessa ora per recarsi, insieme
con il team di avvocate della Women's foundation e a Silvia, alla prigione di Kathmandu per
costringere il marito di una delle donne seguite dall'associazione a riconoscerla come moglie
e darle la cittadinanza.
Inutile dire che Silvia è tornata disgustata dalla prigione, perché il tutto si è risolto in un nulla
di fatto e con la compiacenza dell'ufficiale giudiziario che, oltretutto ha perfettamente
ignorato le minacce che il 'marito' aveva fatto alla moglie e a tutto il team delle avvocate.
A questo punto ho cominciato ad intuire che il lato 'duro' del lavoro in Nepal
è veramente duro: è scontrarsi con l'impossibilità di difendere questa gente, con
l'impossibilità di cambiare le cose. Purtroppo a confermarmi in questo 'pessimismo' non
sono state solo le autorità nepalesi ma anche quelle internazionali.
Il terzo giorno, o giù di lì, io e Silvia siamo andate a parlare con la
rappresentante dell'unione europea, che è stata gentilissima e molto disponibile ma ci ha di
fatto confermato che l'aiuto internazionale ha meccanismi lunghi e farraginosi: per i casi di
assistenza legale alle donne (che in Nepal è a pagamento e pure carissima) forse l'anno
prossimo ci sarà l'appello che farà partire la raccolta di proposte per i finanziamenti, poi la
selezione e così via!! Senza contare il fatto che, a quanto pare, non c'è modo di fare
pressione sul governo nepalese per far rispettare i diritti delle donne, né c'è modo di
denunciare la corruzione. Ma questo è un altro discorso, visto che anche per gli stessi
progetti internazionali si parla da anni di intensificare il monitoraggio proprio per arginare la
corruzione e la connivenza con le autorità nepalesi.
Paradossalmente mi sono sentita meno angosciata quando abbiamo visitato la
Shangri La Home e il centro Chandrodaya, cioè i centri di accoglienza per i bambini,
anche se, specialmente nel secondo, ho visto quello che tutti gli occidentali rifuggono in
questi paesi: la povertà e la disperazione negli occhi dei bambini di strada. Certo, ancora una
volta, le cose non erano come mi aspettavo. La Shangri La Home è a dir poco rincuorante,
dopo aver attraversato le strade fangose dei quartieri poveri, le camerette confortevoli e i
bagni con i 60 e passa spazzolini colorati ammucchiati in un bicchiere risultano quasi poetici
(un po' meno i bagni puzzolenti del piano dei maschi!!). Certo c'era da aspettarsi che in un
centro in cui i bambini sono quasi tutti adottati a distanza questi, come minimo, siano
amorevolmente curati e coccolati. Peccato che avevo sentito la storia della figlia di Visnu, la
Sarina, non solo strappata alla madre per essere venduta al traffico delle adozioni, ma finita
in un centro dove i neonati erano nutriti appena un volta al giorno.
In Nepal niente è scontato!!!
Quello che mi ha stupito veramente, però, è stato il fatto che i Bambini di
Chandrodaya, un ricovero per bambini di strada che di mestiere rubano, raccattano la
spazzatura o chiedono l'elemosina, invece che guardarci in cagnesco (e avrebbero pure
legittimamente potuto fregarci i portafogli visto che noi portiamo a spasso somme con cui
loro camperebbero per mesi!) ci hanno pure offerto la merenda. Per farla breve ho mangiato
la cioccolata da loro gentilmente offerta facendo mentalmente il confronto fra la generosità
reale dei bambini di strada e la solidarietà troppo spesso irreale (leggi macchinosa o difettosa
o fatta per il proprio tornaconto) di noi occidentali.
Le mie prime impressioni dal Nepal: Il mondo gira alla rovescia!
IL DASHAIN E ALTRE CATASTROFI
Kathmandu, 11 Ottobre 2003
Chiara
L'Asia è molto meno poetica di quello che si pensa, almeno per noi
occidentali abituati a non "soffrire" fisicamente, e con questo intendo abituati a non fare
fatica per spostarsi perché abbiamo le strade, a non doversi preoccupare troppo di quello che
mettiamo in bocca e ad essere sempre circondati dal pulito. Tutta la mia debolezza da italiano
in vacanza è venuta fuori lo scorso weekend (4-6 ottobre 2003) e ancora, a quasi tre giorni di
distanza, non mi sono ripresa!
Per il periodo di festa del Dashain, che secondo le norme di austerità di Apeiron
si è ridotto a un sabato e domenica di relativa libertà, l'associazione (nelle persone di Sauro,
Silvia e la sottoscritta) ha deliberato la trasferta in un villaggio a circa 200km da Kathmandu.
Motivazione ufficiale: intervistare le persone di uno dei distretti che più risentono
dell'influenza maoista; sottobanco ci è scappato anche il pranzo in tipica casa contadina con
tanto di Puja (rito), ovvero l'applicazione della Tika rossa sulla fronte da parte del patriarca.
Tutto molto poetico, tutto molto poco turistico (che pare sia l'imperativo degli
occidentali in trasferta in Asia) se non fosse per una serie di 'dettagli'. In Nepal percorrere
200 km può anche voler dire stare sulla strada circa 6 ore, quando poi nell'ultimo tratto la
strada diventa uno sterrato ripido che si inerpica fra le montagne viene decisamente da
rimpiangere la pianura padana!
Con molta sofferenza, dunque, siamo arrivati a Chaudara, sulla carta il centro
più importante della zona, di fatto un villaggio piuttosto normale, fatta eccezione per la
straordinaria profusione di filo spinato e le sfilate di militari armati. L'atmosfera del Dahsain,
per fortuna, si sentiva lo stesso: tutto il villaggio era radunato in un grande spiazzo dove era
stata costruita un altalena e tutti facevano a gara per salirci oppure osservavano gli altri
chiaccherando o sgranocchiando snack (un po' come le nostre fiere paesane di una volta).
Noi siamo stati come una attrazione speciale, qualche bambino ha anche strappato i capelli a
Silvia perché così biondi li trovava buffi! Molte persone ci volevano parlare, io
personalmente ero collassata sull'erba ma per quello che ho potuto sentire e per quello che
mi hanno riferito Silvia e Sauro, tutti erano molto tesi, la gente non voleva farsi sentire
parlare di maoisti o cose del genere (nei villaggi funziona così: i maoisti hanno i fucili e si
fanno nascondere, per cui poi i malcapitati di turno se anche sopravvivono alla visita dei
guerriglieri ricevono successivamente quella dei poliziotti o viceversa). Il coprifuoco è
scattato addirittura alle 8 di sera per cui noi ci siamo chiesti come avranno fatto quelli che
volevano festeggiare un po' insieme: avranno dormito tutti nella casa dove hanno mangiato'
La mattina dopo siamo andati in un villaggio un po' più piccolo e, va da se, più
caratteristico, come al solito c'era la fregatura! Ci siamo fatti mezz'ora nella foresta per
arrivarci: disseminati sulle montagne nepalesi si vedono tutta una serie di paesini che
sembrano consistere di 4 case'sono la parte emersa! Abbiamo mangiato con le mani, tra
l'altro benissimo, e io sono stata schernita per i miei maldestri tentativi: quelli che lo sanno
fare sono pulitissimi io mi sbrodolavo!
Presa la Tika in fronte il pomeriggio stesso siamo ritornati a Kathmandu,
prevedendo le solite 6 ore di viaggio anche a causa degli innumerevoli posti di blocco lungo
la strada. Di per se lo spettacolo degli autobus stracolmi, con la gente che viaggia anche sul
tetto e con tanto di masserizie varie a presto, è surreale (sempre meglio di quelli che vanno a
piedi- per noi non è pensabile è come dire andare a mangiare dai suoceri nel paesino a due
ore di macchina a piedi!-). La cosa si fa tragica quando si vedono file discretamente lunghe
di questi autobus fermi ai posti di blocco.
Le moto (non parliamo poi di quelle guidate dagli occidentali) passano tranquillamente,
mentre i disgraziati che si fanno ore di autobus in condizioni pazzesche fanno la fila e devono
pure scendere per permettere eventuali perquisizioni!
Per me -occidentale- il Dashain è stato faticoso (mal di schiena da moto, turbe
intestinali e stanchezza), ma per molti nepalesi che volevano ritornare al proprio villaggio ha
significato farsi due giorni di viaggio, per stare a casa un giorno e poi ripartire. Il tutto nella
paura e nella tensione di una guerra civile sempre più incombente. Penso che questo
weekend mi sarà di lezione: una specie di promemoria degli innumerevoli vantaggi per chi
vive in un paese democratico! Tutto il resto è effettivamente poesia, le montagne, la gente, la
religione, il cibo (salvo virus!!).
I NEPALESI
Kathmandu, 19 Ottobre 2003
Chiara
I nepalesi sono uno strano miscuglio di etnie molto diverse fra loro. In un
mese di permanenza qui non sono ancora ben riuscita a capire la differenza fra gli Sherpa, i
Newari o i Tamang (e ce ne sono, credo, altre nove di etnie!). L'unica tipologia che sono
riuscita ad individuare bene è quella dei nepalesi coraggiosamente impegnati per la crescita e
il miglioramento del loro paese.
Purtroppo, tra i risvolti negativi della presenza occidentale nei paesi del terzo
mondo, c'è anche la tendenza a creare una sorta di senso di inferiorità nei locali. Ovviamente
è troppo semplicistico fare un discorso di 'superiorità' o 'inferiorità': che l'occidente abbia
raggiunto importanti conquiste sociali ed economiche è innegabile, ma è arrogante e stupido
non considerare che il nostro è stato un lungo cammino e che non è affatto scontato che altri
popoli siano stati nelle condizioni di seguire questo stesso percorso. Troppo spesso gli
occidentali, anche i meglio intenzionati, rinfacciano ai nepalesi l'arretratezza sociale o
economica del loro paese.
Chi viene a lavorare o fare il volontario in questi paesi, purtroppo, si rende poco
conto di quello che queste persone devono affrontare. In realtà, noi che godiamo dei diritti
e delle sicurezze del cosiddetto 'primo mondo', non sappiamo cosa vuol dire lottare
quotidianamente e in prima persona per questi diritti e quindi non possiamo che
imparare da queste persone. In diverse occasioni ho avuto la fortuna di potere imparare
qualcosa anche io.
Qualche settimana fa, ad esempio, siamo stati invitati a pranzo da alcuni dei
membri della Cooperativa Bikalpa, ovvero un gruppo di signori di Kirtipur (un villaggio
appena sopra Kathmandu) che, per far fronte ai danni della privatizzazione si sono
organizzati per garantire anche ai più poveri i servizi minimi, soprattutto quelli sanitari
(infatti assieme ad Apeiron hanno allestito una clinica). Kirtipur deve essere quello che era
una volta Kathmandu: è tutta in mattoni rossi e con viuzze strette, con le donne sedute sulla
soglia di casa (un po' come nei nostri villaggi ma decisamente più sporco) poi tipico di qui
sono dei portici in legno e fango, in teoria fatti per i poveri (così tutti quelli che si fermano in
città hanno un riparo) in realtà usati dai vecchietti per chiacchierarci tutto il giorno. Ad averci
invitato era stato il preside della scuola di Kirtipur, tra gli altri invitati c'erano anche un
meccanico, il presidente della Cooperativa, e un giornalista, le donne erano rigorosamente
tutte in cucina! Il pranzo era a casa del preside, ci siamo seduti alle 2 ci siamo alzati alle 5:
tutto il tempo seduti per terra con il rischio, per noi poveri occidentali, di anchilosarci le
gambe! Abbiamo mangiato riso tostato con semi di soia e patate piccanti, il tutto
accompagnato da un focaccia di farina di lenticchie. Mi hanno spiegato che è cibo tipico
Newar, che è poi la cultura della valle di Kathmandu nonché la base della cultura nepalese
(così mi dicono!).
Ci sono stati discorsi semiseri tipo "cosa significa il tuo nome" e fra tutti c'ero io
che mi chiamo "chiara" "silvia= foresta" "sauro=cavallo" e i nepalesi 'surya'="sole",
"grande uomo" e "basilico"!. Poi abbiamo discusso anche dei sacrifici (per il Dasain tutti
fanno riti in cui sacrificano buoi, capre, anatre e galli che simboleggiano l'egoismo, la vanità
e non mi ricordo che altro). Chiaramente noi eravamo gli occidentali sconcertati da pratiche
barbare, anche loro erano contrari, ma per motivi diversi dai nostri: la società moderna è
corrotta e quindi gli uomini che sacrificano un animale non gli possono garantire la
trasmigrazione in una forma di vita superiore (l'idea è che se ammazzo un pollo e lo mangio
quello entra a far parte di me e se io ho una vita pura ci salviamo io e lui!).
Gli occidentali si considerano se stessi i popoli civilizzati e tutti gli altri
barbari: in realtà queste culture sono complesse e raffinate almeno quanto la nostra.
Ovviamente ci sono state anche discussioni serie, ad esempio abbiamo parlato
del fatto che il re ha speso 750.000 di Euro per comprare due limousine e una mercedes per
la parata del Dasain, mentre nel paese le infrastrutture e il servizio sanitario e scolastico sono
praticamente inesistenti. Una cifra del genere in Nepal è veramente un'enormità, basti
pensare che un commesso o un cameriere (che oltretutto devono considerarsi fortunati ad
avere un lavoro e che, ovviamente, non sanno nemmeno cosa significhino parole come ferie
o previdenza sociale) guadagnano circa 25 Euro al mese. Da qui siamo tornati a parlare della
democrazia, quello implica in termini di diritti ma anche di doveri da parte del cittadino,
Silvia ha coraggiosamente introdotto (non è facile comunicare in inglese con accento italiano
e nepalese o con la traduzione di Lila) il discorso dei limiti della globalizzazione e dei costi
del peso dello sviluppo dell'occidente sull'arretratezza dei paesi del terzo mondo. Insomma,
alla fine del pranzo ero piuttosto convinta del fatto che la presenza occidentale, quantomeno
di certi occidentali con poca boria e tanta buona volontà, potesse servire da stimolo, da
riscontro per la lotta di queste persone: una specie di cartina di tornasole per indicare lo
standard a cui è legittimo e sacrosanto che anche loro arrivino.
Durante la conversazione mi hanno accennato (con un certo orgoglio) che
Kirtipur è 'rossa', una volta usciti, Silvia mi ha spiegato che nella cooperativa Bikalpa ci
sono molte persone che si sono impegnate in prima persona per l'affermazione della
democrazia in Nepal. Così ho scoperto che il meccanico, che a me era sembrato una persona
tranquilla e piuttosto ordinaria, era stato un grosso attivista da giovane. Essere stato un
attivista in Nepal può voler dire, come nel suo caso avere subito torture piuttosto pesanti, ad
esempio lui non sente più bene da un orecchio perché in uno di questi episodi è stato legato
ad un albero per i piedi e perso a bastonate sulla testa. Non credo che un funzionario delle
Nazioni Unite, dell'Unione europea o un volontario in vacanza come me abbiano
granché da insegnare a persone come queste.
Sauro e Silvia spesso mi hanno fatto notare (per fortuna perché non so se avrei
saputo o voluto capirlo), che non ha senso nemmeno che gli occidentali vengano qui a dire al
poveraccio analfabeta di ribellarsi e reclamare i propri diritti: noi non sappiamo cosa vuol
dire non avere i mezzi per difendersi e, purtroppo, pur avendoli probabilmente noi stessi non
sapremmo mai farlo (quante volte chiniamo la testa di fronte a cose eticamente e moralmente
sbagliate').
Qualche giorno dopo il mio arrivo in Nepal mi sono trovata seduta di fronte ad
una ragazza della mia età con il suo bambino in braccio: questa donna era stata rinchiusa a
lavorare in una fabbrica di tappeti per due mesi, successivamente era stata comprata dal suo
futuro marito che, a sua volta, l'aveva messa a lavorare per ripagare i suoi debiti, lasciandola
sola per lunghi periodi durante i quali lei veniva regolarmente stuprata dai 'capi' della
fabbrica. Sinceramente non so come questa donna abbia trovato la forza di scappare o di
ribellarsi, per fortuna lo ha fatto ed ora è stata accolta dal centro della Women's foundation's.
Con l'aiuto e il supporto di questa associazione, ha raccontato ai giornali la sua storia per
evitare che altri subiscano la sua sorte. A farci da interprete durante il colloquio con questa
donna (Silvia l'ha intervistata) è stata una ragazza nepalese, Elina, che lavora come
volontaria per le Women's foundation. Elina si è da poco laureata in farmacia, cosa non da
poco in Nepal visto che in tutto il paese i farmacisti sono circa 300: di solito le farmacie sono
gestite da persone senza una competenza specifica, che hanno ereditato o comprato l'attività
e, tutt'al più, hanno fatto un corso di qualche settimana!
Elina, oltre a lavorare a tempo pieno per il centro della Women's Foundation si sta
occupando dell'allestimento di una farmacia comunitaria. In quest'altra mia coetanea, che
con semplicità e entusiasmo svolge un lavoro importantissimo, mi sono rispecchiata certo più
volentieri che non nelle storie di sofferenza di altri nepalesi. In ogni caso spero di non
dimenticare troppo presto quello che queste persone mi hanno insegnato: la libertà e il
progresso non vanno dati per scontati.