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QUANDO IL TEMPO E' ANCORA SCANDITO DAL SOLE E DALLA LUNA


QUANDO IL TEMPO E' ANCORA SCANDITO DAL SOLE E DALLA LUNA
l miei incontri con i bambini e le donne in Nepal

Enrico Davini

Ad un primo sguardo, Kathmandu, la capitale del Nepal, può apparire come una città europea, con il centro commerciale sulla Main Road, gli alberghi con sauna e palestra come lo Yak Hotel o il traffico congestionato e l'inquinamento nelle ore di punta. Se si entra nella zona di Tamel, dove una sequela di negozietti di pochi metri quadri vendono tutti le stesse merci (abbigliamento sportivo per il trekking, tappeti indiani, pashmine, campane e bandiere tibetane), sembra di passeggiare nel gran bazar di Istanbul o a Porta Portese a Roma. Solo la vista di un tempio, di una pagoda induista o di uno stupa tibetano sembra fare la differenza. Un cambio favorevole (85 rupie per 1 euro), il bassissimo costo della manodopera, la falsificazione ostentata e 'legale' di qualunque marca o marchio rendono acquistabili, ai turisti, oggetti che in un negozio europeo sarebbero inaccessibili: una giacca in Goretex a 30 euro, un film in DVD a 2.5, un Rolex Daytona a 20, ecc. Ma se si gira l'angolo e ci si sposta nelle più piccole strade attorno, si comincia a vedere l'altra Kathmandu, dove è già una conquista arrivare ad avere le rupie necessarie per un Dal Bahaat, un piatto di riso e lenticchie. Sono tornato a Kathmandu dopo un anno. Era l'ottobre del 2004 quando un amico mi propone di 'staccare tutto' e di accompagnarlo in un trekking sull'Annapurna, uno degli 8000 metri della catena montuosa del 'tetto del mondo'. Ed è così che arriviamo a Kathmandu e da lì su un piccolo aereo a Pokhara, distesa sul lago, e poi ancora un altro volo a Jomson, per la partenza del trekking. Ma qui si vola a vista e le nubi sulla rotta non consentono al pilota di atterrare e ci riportano indietro. Perdiamo un giorno, che ci costringerà a cambiare i programmi ed accorciare il trekking. La mattina dopo, una bellissima giornata di sole ed una visione mozzafiato delle cime innevate ci accompagnano a Jomsom. Troviamo un lodge per dormire, il Majestic, a 'ben' dieci dollari per la camera doppia con bagno e prima colazione. Alla sera, a cena nel lodge siamo in 6: anche gli altri 4 parlano italiano e, come ovvio, ci si scambia qualche impressione e commento. Cosi scopriamo che Silvia e Sauro, due fiorentini, sono da otto anni in Nepal, volontari nella ONLUS Apeiron (cioè senza limiti, senza confini), da loro fondata. Nessuno li paga, solo la loro forza e volontà, sostenuta da raccolte di fondi tramite piccoli gruppi in Italia, li ha spinti a mollare tutto ed a trasferirsi in Nepal. Parlare con loro ci apre uno spaccato di miseria, soprusi, corruzione, violenze, stupri che non vedi passeggiando da turista. I milioni di Euro e di Dollari che la Cooperazione Internazionale porta in Nepal servono da una parte a ripulire la coscienza dei paesi 'sviluppati' ed 'occidentali' e dall'altra a mantenere sedi e personale; non importa se dei 100 Euro versati dall'anonimo sottoscrittore, solo meno di 20 arriveranno al popolo nepalese. D'altra parte il Nepal non ha petrolio, oro, diamanti e, quindi, non e' interessante parlare di una monarchia dittatoriale, che da anni impedisce elezioni per il Parlamento. Ti accorgi di questo stato di fatto dai militari armati che pattugliano la città o dalla canna di un fucile che spunta dietro a sacchetti di sabbia. Fuori dalle città, l'opposizione, i cosiddetti 'maoisti', controllano il territorio e le campagne, taglieggiando le popolazioni rurali in cambio di una presunta protezione ed i turisti, lungo le vie del trekking, chiedendo 10 dollari di 'sottoscrizione'. Questo novembre sono tornato a Kathmandu: dopo un anno in Italia, nel quale torni alla tua vita 'normale' e ti accorgi quanto è più facile che sia accolta una richiesta di soldi che quella di un'ora di tempo, ho sentito il bisogno di rivedere con un occhio diverso la realtà del Nepal. Silvia e Sauro sono sempre qua: Apeiron da lavoro a 14 nepalesi, ha una sede, il riconoscimento del governo, 85000 euro raccolti e spesi nel 2005 per vari progetti di formazione al lavoro, di assistenza sanitaria, di sostegno ai bambini ed alle donne di strada (oltre il 97% di quanto raccolto e' andato da Apeiron al popolo nepalese). Ho 'vissuto' 15 giorni al loro fianco, per incontrare il Nepal che Apeiron sostiene e che è fatto di piccole realtà (mandare i bambini a scuola, avviare una cooperativa di donne tessitrici di stoffe, installare e mantenere presidi sanitari, ecc.), distanti dallo stile 'occidentale' centinaia di anni. La 'normale' vita delle donne e dei bambini nepalesi è pesante, anche a colpa dell'analfabetismo, della mancanza di diritti legali, delle condizioni di lavoro, dell'assoggettamento al marito. E' difficile raccontare in poche righe quello che c'è sotto le bellezze naturali del 'tetto del mondo'. Eppure il Nepal sopravvive, questo stato dove si mescolano mistico e povero, incensi e smog, i colori vivaci ed il buio della notte. Per un bambino nepalese, tre tappi, un chiodo ed un pezzetto di legno, 'riciclati' dalla spazzatura, permettono di costruire un cembalo per suonare e giocare. Ci sono solo due orologi per le vie di Kathmandu, dove la vita e' ancora scandita dalla natura: il sorgere ed il tramontare del sole dividono il lavoro dal riposo. L'energia elettrica e' già un lusso nelle città, inesistente in gran parte del Paese; la luna e le stelle sono l'illuminazione di tante strade nella notte, quando solo i turisti girano la città in taxi: i Nepalesi sono svegli solo se possono permettersi una candela. Per questo il tempo per le attività è dall'alba al tramonto e, nei campi, fra una stagione secca e quella del monsone o della neve in montagna. Se le piogge o il gelo distruggono il raccolto di riso, si può morire di fame; anche le case, fatte di mattoni tenuti con fango ed un tetto di lamiera, possono essere distrutte dal monsone. In Nepal, riscopri che tutto quello che si rompe non si butta, ma si può aggiustare o ricostruire, con le mani o con semplici attrezzi nei tanti, piccoli negozi degli artigiani. Non ci sono acquedotti: l'acqua viene pompata dal sottosuolo; se va bene ha solo un'alta concentrazione di ferro e di manganese, oltre alla contaminazione biologica perché le fognature non esistono. La cucina nepalese, simile a quella indiana speziata e piccante, è diversa dal nostro stile: oltre al piatto nazionale (riso e lenticchie, con l'aggiunta di uova ed altre verdure cotte, con zenzero, aglio ed altre spezie), è facile incontrare per le stradine un uomo che su una bicicletta trasporta un fornello, una padella e le uova per fare una frittata o vedere negozietti con davanti grosse pentole per bollire i momo, i ravioli cinesi. Di tanto in tanto trovi anche un banco con sopra una pecora o un pollo, ammazzati all'alba ed esposti all'aria per la vendita. La sanità è a pagamento: la medicina ayurvedica continua ad essere la curper la gran parte della popolazione, che non ha né le farmacie (e se le ha, sono negozi con un commesso che 'legge' la ricetta del medico) nè i soldi per i farmaci 'brevettati' dalle multinazionali. Però, non si percepisce una sensazione di tristezza nel popolo, anzi trovi tanta fierezza e voglia di vivere, soprattutto durante le feste: quest'anno ho visto il Tihar, la colorata 'festa delle luci' che dura cinque giorni: i primi due giorni sono dedicati ai messaggeri di Yama, il signore della morte, il cane e il corvo. Il terzo giorno è dedicato alle vacche, che vengono riempite di ghirlande di fiori, e, al calare della sera, tutte le case vengono addobbate con candele o lampade colorate, accese sulle porte e sulle finestre, in saluto a Lakshmi, moglie di Visnù, la dea della salute e della fortuna, perchè, guidata dalla luce, arrivi per portare prosperità. Nel quarto giorno cade la fine dell'anno secondo il calendario Newari, uno dei due in vigore in Nepal. L'ultimo giorno del Tihar è quello principale, la festa dei fratelli e delle sorelle, dove le sorelle partecipano a cerimonie di preghiera per assicurare lunga vita ai loro fratelli. Quest'anno ho avuto la fortuna di viverla in casa di due famiglie di Gokarna. Ho così assaggiato il "Curd", uno yogurt di latte di bufala fatto sul posto, il tradizionale "Dal bhat tarkari", a base di riso e verdure al curry accompagnato con salsa di lenticchie. Come se fossi un fratello 'adottato' dalla sorella più grande, anch'io ho ricevuto l'omaggio della frutta e delle collane di fiori e mi è stata dipinta la Tika, il classico segno al centro della fronte, fatto con una riga gialla di curcuma, i 7 colori dell'arcobaleno e grani di riso tinti di rosso. Il Nepal è la dimostrazione di come possano coesistere due religioni, tutto è una meravigliosa condivisione fra buddisti o induisti: 'Om mani padme hum', il canto ripetitivo dei monaci tibetani, si mescola al sacrificio degli animali o alle cremazioni degli induisti. Osservarli consente di 'vedere' la devozione e il rispetto dei loro riti millenari.

In Nepal (come in tante altre Nazioni che non hanno risorse), la sopravvivenza della maggioranza della popolazione, compresi i bambini, è legata, oltre che alla natura (la neve ed il disgelo, i monsoni ed il sole) anche alle condizioni di arretratezza del modo di lavorare. Ma noi 'occidentali' ed 'evoluti' non ci accorgiamo più che semplici gesti della nostra vita quotidiana (accendere una luce, conservare il cibo in un frigorifero, tirare uno sciacquone, bere acqua da un rubinetto, usare la carta igienica, mangiare tre volte al giorno, muoversi con una macchina, comprare un medicinale in farmacia, ecc. ecc.), possono essere un miraggio per tanti altri.

Non mi è bastato questo secondo periodo in Nepal. Mi ha aperto altri orizzonti ma anche altri bisogni. Mi viene in mente la frase di madre Teresa di Calcutta 'sarà una goccia nel mare, ma senza le gocce il mare non esisterebbe': in tanti possiamo fare in modo che una goccia diventi una pioggia, una pozza, un fiume, un lago, un mare. Io, intanto, cercherò di trovare altro tempo 'fra il sole e la luna' per questo mio bisogno..



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