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NAMASTE FROM NEPAL


NAMASTE FROM NEPAL

Miriam Ridolfi

RENU, PARTICELLA D'ATOMO (Così pare significhi il suo nome) di Women's Foundation

Quassù alla base delle montagne di Kathmandu, "tetto del mondo", dove le preghiere si affidano al vento in tanti foglietti colorati, sono con Sauro e Silvia del "progetto Apeiron" e Renu, presidente della Women's Foundation per i diritti delle donne e dei loro bambini in Nepal, dove alle donne il diritto di cittadinanza è dato solo a 16 anni e su richiesta del padre o del marito, dalla cui benevolenza o violenza comunque dipendono.

Renu parla col suo dire ridente, mentre l'auto si arrampica su questa strada sterrata e rossa di polvere. A lato bambini e donne spaccano pietre o portano , legate alla fronte, enormi carichi di fieno, di sabbia, di legna; sono loro la manodopera anche in agricoltura - 90%, in Nepal.

Racconta Renu di quel marito arrogante che con tono minaccioso e schioccando le dita così si rivolgeva alla moglie: "Portami l'acqua, altrimenti'", "Portami il cibo, altrimenti'", "Lavami i vestiti, altrimenti'".

Si stancò quella moglie dopo molti anni e prese di colpo il coraggio di chiedere: "Altrimenti, cosa'" E si sentì rispondere, in un balbettio: "Altrimenti, faccio da solo!"

Capisco che questo è il suo modo di "contagiare" speranza, insieme alla sua decisa resistenza a non lasciar "passare" alcuna ingiustizia, senza almeno stigmatizzarla, immettendo dinamiche positive, indicando la strada sulla quale camminare insieme per modificare le relazioni - sempre di reciproco dominio-superiorità- per il riconoscimento dell'altro, proprio nel suo essere "asimmetrico" a noi, come a me ha insegnato Arturo Paoli, dei piccoli fratelli di Foucauld, delle Rete Radie Resh di Quarrata, Pistoia.



LA "STORIA" DI QUESTE "MIE STORIE"

Tutte queste "mie storie" dal Nepal cominciano dalla bella storia della giovanissima Renu, allora sedicenne - era il 1988 - al College di stato, mentre giocava a pallacanestro nel cortile della scuola. C'erano, mesti, a lato, in panchina, due genitori alla disperata ricerca della figlia di nove anni. L'avevano affidata ad un medico che aveva assicurato loro, poveri, venuti da un villaggio a Kathmandu, che l'avrebbero fatta studiare.

Tanti "abbandoni" di bambini cominciano così, da questi imbrogli: bisognerebbe urlarlo!.

Quel medico poi, con la scusa che la loro figlia aveva rubato a casa sua alcuni gioielli, pretendeva anche risarcimenti, e comunque "si prese" la bambina, nascondendola come serva in casa di sua sorella. Penso allo strappo di questa bambina - e quanti ogni giorno per miseria e disperazione! - convinta con amore che andare con "quel signore" sarebbe stato il suo bene futuro, pur nel distacco dai suoi.

Quel padre e quella madre non si davano pace: Renu "patì" insieme a loro quell'ingiustizia e, per aiutarli, provò tutte le strade, scoprendo l'impotenza, quando non la convivenza, dell'autorità dello Stato. Insieme ad alcune compagne, non desistette, anzi con l'impeto della loro giovinezza - "leva" del mondo, spesso frustrata dagli adulti, per troppa protezione! - dettero vita a Women's Foundation: cominciarono da sole la ricerca e.ritrovarono quella bambina che ritornò coi genitori al suo villaggio.

Da quel momento, racconta Renu sorridendo, frequentò il college a "part-time": la sua strada era indicata, si sarebbe dedicata con tutte le sue forze alla battaglia per i diritti delle donne e dei bambini, nella consapevolezza che educare le donne significa educare un'intera generazione, con pazienza, resistenza e determinazione, facendo anche degli insuccessi "gradino" per far meglio, "spendendosi" per contagiare altri sempre più numerosi intorno a sé.

KATHMANDU 14-02-2004



SHEELA,"LA STREGA" Dedicata alle donne "streghe" di tutti i tempi

A terra, a malapena coperta,

la sedia ribaltata per schienale,

il corpo bruciato anche dentro,

che grumo di donna è mai questa'

È lei ad avere la colpa

del fatto ch'è annegato il marito.

Se non ha colpa, di certo

non brucerà se incendiato

quel cherosene a forza ingerito.

Sheela ha avuto il suo inferno

e la sua vita è morire.

Senza diritto ad un nome,

che non ti danno bambina,

c'è proprietà della vita.

Sheela è mai nata, mai morta.

Trascinato in tribunale da Women's Foundation, il capo villaggio di Sheela sostenne che la donna aveva preso fuoco mentre stava fumando; e Sheela morì in ospedale 14 giorni dopo.

Nei villaggi intorno a Kathmandu, nel 2002, almeno 22 donne, considerate streghe, sono morte così: si tratta dei casi più clamorosi, emersi all'attenzione di Women's Foundation. Tutti gli altri, quelli delle morti più lente delle più derelitte tra le donne, le vedove - costrette a vestirsi di bianco per un anno - e quelle più povere, neppure "appaiono" in Nepal, dove esistono matrimoni precoci, organizzati con bambine - al 75% analfabete - poligamia concessa per sterilità, malattia e infermità della moglie - costa meno una moglie nuova, che porta anche la dote, piuttosto che curare la "vecchia"!- semi-schiavitu` - se mi servi, avrai di che mangiare! - e il tramandarsi dei debiti sui figli. Quando incinte e mestruate, le donne sono considerate impure e relegate spesso in capanne sospese o in anfratti di alberi, senza neppure la possibilità di toccare terra.

Solo a sedici anni le donne hanno il diritto di cittadinanza, che va chiesta tuttavia dal padre o dal marito.

Dunque, neppure il nome è un diritto!.

IL NEPAL M'APPARE VIOLA

Il Nepal m'appare viola

come le piume sul collo

di quel piccione che tuba.

Ma il passerotto è lo stesso

in ogni dove e colore,

come il bambino che nasce

balbetta pa-pa per mangiare

e forse ma-ma per dormire.

Ed ogni adulto va bene,

se non si scambia l'amore

- ch'è libertà di volare -

con il possesso dell'altro.



UN PASSO AVANTI PER VISNU

Visnu è rotonda nel viso,

negl'occhi e nel bel sorriso.

Solo ora conosce l'accoglienza,

nella casa di Apeiron,

progetto di sostegno alla battaglia

di Renu di Women's Foundation,

che vuole darle la cittadinanza,

con la sua Sara, di due anni appena,

che le fu tolta, insieme agl'altri figli,

e fu "salvata" da Sauro e Silvia.

Anche in prigione era sembrata matta,

come ogni donna cui strappino i figli,

o disperata è costretta a "lasciarli".

Si faccia un passo avanti coi bambini:

vanno aiutati intanto con le madri

che li hanno accolti da violenza e stupro:

nessuno scambi amore per possesso.
ALLA CASA-RIFUGIO DI RENU DI WOMEN'S FOUNDATION

Lo fan per amore di altre,

di raccontarti il calvario

delle violenze subite,

e per rispondere a Renu,

che le ha sottratte, rischiando,

alla violenza in famiglia.1

Son proprietà del marito

e d'una sterile suocera,

inorgoglita del maschio.

Tengon la testa chinata

ed han l'impronta sul corpo

di tutto il male subito.

Guardano sempre il bambino,

quello salvato, sottratto

spesso ad uguale destino:

ha dato loro la forza

di ribellarsi e scappare

e di trovare rifugio

in questa casa di Renu.

E se le incontri di nuovo,

dopo diciotto o più mesi,

ti sanno dir sorridenti

che sono nate due volte.



LE MILLE E UNA DONNA DELLA "BATTAGLIA DELL'ALCOOL"

Della "battaglia dell'alcool",

di mille e più donne

di poveri villaggi

intorno a Kathmandu,

Women's Foundation

ha fatto teatro di strada.

Era in alcool la paga ai mariti,

quattro volte il costo del latte.

Hanno vinto la prima battaglia,

han versato quei litri di alcool:

eran scalze, con tanti colori,

tutti quelli che portan addosso;

solo insieme han fatto una forza,

come mille e una storia un volume.

Ora devon riprendere fiato.

Il riscatto non è mai regalo,

ma costante fatica di vita,

col pensiero rivolto al futuro.



'Gioia è dare gioia' ho detto a Renu di Women's Foundation.

Mi ha risposto:'Non so indicare la strada della felicità, ma so per certo che la felicità è una strada'.



Il 73% delle violenze avviene nelle famiglie

LA SOLITUDINE DI UN BAMBINO

MUNU

Salta, sorride, si veste di tulle,

ti chiede in ogni modo

di fermare lo sguardo su di lei.

Ha conosciuto l'esproprio

da madre, da padre,

dalla coralità di fratelli

e vicinanza d'intorno.

Ora è vestita e nutrita,

gioca e va a scuola contenta.

Ma solitudine avverte

come ferita nel cuore.

Si può soltanto attenuarla

nella comunità che l'accoglie.

Tra la sua gente soltanto

quella ferita le darà coraggio.

A GOKARNA, LA "STREGA" KANYA

Non fosse stato per Silvia e Sauro - per Paolo e Carlo, loro amici, che "girano" un documentario - e tramite loro per Renu di Women's Foundation, non avrei avuto oggi l'esperienza di vedere il villaggio di Gokarna - e la sua scuola ordinata, coi bambini in divisa blu, "sostenuti" dal progetto Apeiron - e soprattutto la casa-capanna della strega Kanya, vezzeggiativo con cui qui si chiama l'ultima femmina nata. Kanya racconta di avere settantatre anni - aveva tre anni al tempo del grande terremoto del 1934 - e si dice fiera della sua "casa" delle capre che alleva, dei suoi alberi di cui però non gode i frutti, per i continui furti, cui, essendo sola non può far fronte.

E' proprio sola, ma non è stata piegata dalla continua "storia" di violenza sulla sua persona e dalla "fama" d'essere una "strega che porta male" - noi lo chiamiamo "malocchio"- sconvolgente, ma quasi ordinaria in tante realtà dai rapporti primitivi - ci vuole "qualcuno che ha colpa", ci vuole il capro-espiatorio, quello più debole e solo oppure all'opposto quello più bello e fortunato per l'invidia che suscita, come la Kumari, scelta tra tante, eppure dopo il suo esser bambina, quasi divina, a dodici anni isolata e portatrice di sfortuna a chi l'avvicina.

Kanya, ultima nata, non ha conosciuto la madre, morta pochi mesi dopo, e ha preso botte da tutti, padre e fratelli compresi. A sette anni è stata venduta a pagamento del debito di gioco del padre e "sposata-serva" di questo vecchio uomo, ha continuato ad essere picchiata, e di più quando il marito morì e tutti le addossarono la colpa di quella morte. Ha avuto due figli maschi, che non la riconoscono, e due figlie femmine che lavorano la terra in due villaggi vicini. Una di loro, appena adolescente, "scomparve" in un bordello in India, tenuto da una sua sorella. Kanya non esitò a partire, sola e senza soldi, per andare a riprenderla. ma non ci riuscì; conobbe tutto l'orrore di quel luogo e di nuovo fu cacciata con la violenza. Non si rassegnò.

Alcuni mesi dopo ripartì, chiese aiuto invano ad ogni polizia locale e poi provò a "fare la voce grossa": disse che avrebbe telefonato al re, che lui sapeva, che rivoleva in Nepal quella ragazza che era sua figlia. Riuscì a riprendersi la figlia, ma racconta di non aver potuto far niente per altre due bambine che le chiedevano aiuto: poté dar loro soltanto il suo maglione. Ora teme per questa sua figlia, ha paura che si venga a sapere del suo passato e per questo rinuncia anche ad andarla a vedere. Piuttosto tiene con sé la nipote che così può andare alla scuola del villaggio.

Nella cucina sterrata della sua "casa" ci ha offerto riso tostato e yogurt delle sue capre e ha parlato, con calma, a lungo, con desiderio di farlo.

Era felice di essere ascoltata: ci vedeva come "messaggeri" di Dio che si ricordava di lei.

Solo due mesi fa, per la caduta in un dirupo di un bufalo, condotto in un sentiero troppo stretto, era stata di questo incolpata dai proprietari della bestia e con una "spedizione" in casa sua, picchiata a sangue. Invano aveva cercato aiuto, scendendo a fatica fino al centro del villaggio. Sembra sapere che non ci sarà solidarietà per lei, che dovrà continuare a chiudere la sua porta, come fa ogni sera coi suoi animali per sottrarli ai leopardi della foresta. Ma gli uomini entreranno ugualmente.

Non so dire a parole l'emozione provata: vorrei che tanti altri la provassero e "mi spenderò" per allargare questo progetto di ospitalità di Apeiron, che forse riusciremo a far nascere tra poco: quindici-venti giorni, a visitare il Nepal "lungo" i percorsi guidati da Apeiron.

A SILVIA...DOPO UN RINNOVATO "SCONTRO" CON INGE

Cavalla nel vento, dall'occhio ceruleo,

che Saffo avrebbe, amorosa, cantato,

non fermarti: a te tocca indicare la via,

stai più salda di fronte a ogni scossa

e trasformala in tanto più amore.



SENZA NOME

Alla bambina sorda

Non hanno dato un nome

- non poteva ascoltarlo! -

e la chiamavano a gesti.

Un sordomuto le han scelto per marito:

s'esprimeva colpendola alla testa.

Ora che ha un figlio,

a malapena risponde

ch'è madre d'Asutos,

madre di lui e basta.

Anche da lui, 'grande',

prenderà botte.

Di fronte alla violenza, non quella improvvisa, quella continua, quotidiana e senza via d'uscita, del dominio sulle persone è più facile rendersi conto della violenza sorda che è in noi nel pretendere che gli altri siano al nostro servizio o dipendano da noi.

E c'è anche un cammino di realizzazione personale che può terminare nell'esaltazione della propria persona in un narcisismo che chiude il tuo 'io' in una tomba, dove imputridisce come tutti i cadaveri. Il fariseo che si distingue dagli altri per la faccia patita non è molto diverso da quello che si distingue per il volto ben rasato e profumato. L'uno e l'altro, fatto bello o fatto brutto, per sé stesso o per Dio, per una gratuità vuota ed assurda, arrivano alla stessa conclusione: 'Guardatemi!' (A. Paoli camminando s'apre il cammino Cittadella ed. 1994, pag. 210).



DISCARICA

Uccelli sulla discarica, bassi,

in tanti, a cerchi convulsi,

a frotte sui rami

dell'unico arbusto rimasto.

Ne senti il nero richiamo.

Lontano, figure di rosso:

bambini che vivono lì.



SPACCASASSI

Son soprattutto le donne,

ed ovviamente i bambini,

quelli che rompono i sassi.

A chi li viene a "ritrarre",

chiedono thermos, ombrelli,

ma non arriva mai niente.

Dall'alba fino al tramonto,

ognuno il suo mucchio di sassi,

trasforma in quello di ghiaia.

Se qui venisse una ruspa,

non li farebbe contenti:

neppure 50 rupie2

avrebbero più per mangiare.

Io non conosco la lingua,

non ho potuto parlare,

ma m'è bastato vedere

che non è niente di giusto

nel nostro modo di fare.

E ho raccolto due sassi,

mi serviran da memoria

a ricordare quei volti,

incipriati di bianco,

come i polmoni in miniera,

che qui scandiscon il tempo

a colpi di martellate.

paga giornaliera, circa mezzo euro

...SI FA PRESTO A DIRE ABBANDONO! ...ALLA RICERCA DI SARA

Due anni fa - Sauro era appena rientrato in Italia -, Silvia era sola a Kathmandu, a seguire il suo progetto di volontariato per i diritti umani. Doveva andare a verificare nei villaggi più lontani ai margini della foresta dove trovano rifugio i cosiddetti maoisti, il funzionamento di un servizio medico da poco messo in atto. Era arrivata in auto, sempre guidando, e per una settimana, non esistendo alberghi, tra mille vicissitudini, aveva tentato di dormire nell'ufficio, punto di riferimento del progetto, per terra, in un sacco a pelo.

Rientrata finalmente a Kathmandu, dopo 12 ore di guida ininterrotta, stanca e contratta in tutta la muscolatura, aveva trovato Visnu di fronte alla porta, scarmigliata, stracciata nelle vesti, tumefatta in viso, gli occhi sbarrati.

Silvia capì subito che le avevano portato via la piccola figlia Sara di appena due mesi. La ospitò, cercò di calmarla e le promise che avrebbe cercato Sara, come infatti cominciò a fare dal mattino dopo, affidando intanto Visnu alla "casa-rifugio" di Women's Foundation.

Passò da un distretto all'altro di polizia e dalle risposte evasive capì che Sara era già entrata nel "giro" delle adozioni a pagamento, dove sono molto "preziosi" soprattutto i bimbi piccolissimi. Con la tenacia che la contraddistingue, Silvia trovò, alla sera, il centro di raccolta dove era stata portata Sara e, conoscendo bene la legge per le adozioni internazionali, il mattino seguente presentò istanza per bloccare l'adozione di Sara.

Ogni sera, per un mese intero, - tanto occorse per bloccare ogni procedura ed ottenere di riprendere la bambina che tuttavia non poteva essere affidata alla madre, giudicata non in grado di tenerla - Silvia si recò a trovare Sara che piangeva sempre e spesso rifiutava il latte. Quando finalmente le dissero che le avrebbero dato Sara, Silvia, si presentò alla sette del mattino, anziché alle nove, quando era previsto l'appuntamento e trovò la direttrice del centro raccolta con Sara in braccio, già vestita. Di certo non l'avrebbe più trovata alle nove.

Scomparsa, avrebbero detto, come tanti altri bambini, a giudicare anche dai numerosi appelli pubblicati sui giornali locali!

Silvia racconta che la cosa più difficile nella sua ricerca era stata quella di convincere i funzionari, anche quelli più sensibili, che l'adozione non era affatto il bene della bambina, solo perché povera e con una madre che aveva bisogno di cure.

Sono passati due anni. Sara è nello stesso istituto dove si trovano i suoi tre fratelli, "sostenuto" anche da Apeiron; Visnu sta meglio e continua il suo "programma" presso Women's Foundation: "coltiva" in cuor suo un grande sogno, quello di riunire i suoi quattro figli e di vivere con loro il resto della sua vita che solo in loro ha senso.



GUARDANDO INDIETRO SI VEDONO TRACCE...

Guardando indietro - succede di solito per qualche evento traumatico o a metà della vita - si vedono le tracce del tuo percorso, che sembra disegnarsi "a caso".

Quando riesci a capire che sono snodi importanti nella catena di vita di cui sei parte, allora "sei diventato grande", adulto cioè, perché hai trovato la direzione del tuo andare.

Silvia, pur desiderandolo tanto, si trovò in India non per scelta di luogo di soggiorno, ma per disguido nel viaggio di ritorno dal Nepal - nello scalo a Delhi aveva "perduto l'aereo". Senza quasi più soldi, sola con un'amica più giovane e inesperta di lei, dovette lavorare un giorno come "telefonista" con il suo inglese, per "guadagnarsi" la telefonata a casa, in Italia. Sarebbero occorsi 15 giorni per organizzare il ritorno. Un ragazzo toscano come lei, le prestò i soldi per andare, come lui stesso suggerì, a Calcutta, da madre Teresa. Vi giunse il giorno in cui Teresa morì. Ugualmente, con la determinazione che la contraddistingue e per "proteggere" l'amica, entrò tra i volontari, incurante d'ogni controllo, dicendo che era già stata lì: infilò un camice bianco e cominciò quel percorso che si snodò in mezzo al pullulare dei giornalisti che quella morte richiamava a frotte. Fa sempre più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce, dice un proverbio indiano.

Silvia mi racconta che lavorava senza sosta, tanto da non avvertire la fame, ne la stanchezza, senza aver tempo di pensare a sé Era nel reparto femminile e alle donne malate e moribonde ed ai bambini parlava comunque nella sua lingua "rotonda", quasi a rispondere a quel che ascoltava, senza capire. Ma un giornalista indiano che aveva intervistato una minuta vecchia che aveva sempre vissuto per strada e lì aveva trovato accoglienza per morire, le disse che quella donna, senza nome, voleva farle sapere che da lei aveva capito l'amore, che l'aveva vista come un "raggio di Dio" ed aveva capito che la sua vita aveva avuto il senso di arrivare lì.

Ora Silvia, che ha trovato in Sauro davvero un compagno, una guida sicura del "Viaggio", è in Nepal e, insieme, col progetto Apeiron, "hanno sposato" la causa di Women's Foundation per i diritti umani delle donne e dei bambini. E poiché l'inglese non le può bastare, sta studiando con cura la lingua Nepalese.

Nelle difficoltà della burocrazia, tra le tante diffidenze - cos'è il bene'- tra i mille dubbi e la rabbia che a volte ti prende alla gola, Silvia e Sauro ancora sentono dire dalla vecchia Kanya, considerata "strega" nel suo villaggio di Gokarna, cui tutti rubano frutti e fanno sgarbi, che ad ascoltarla, a farle raccontare la sua storia sono venuti loro "gli angeli di Dio". Sauro scuote la testa e guarda in terra, ma quando alza gli occhi verso Silvia sa che infatti, tante volte, quando si ama davvero, insieme si può volare, liberi.

È questo a tutti voi il mio saluto. Vi sono grata dell'esperienza, fatta con voi. E poiché ogni incontro, quando si vive pienamente, ci modifica, anzi era proprio quello che mancava per realizzare il nostro puzzle di vita, io sono ora un po' più Miriam, grazie a tutti voi e così vi lascio questa "traccia" di me. Potete "masticare" - e usare - come volete le "mie storie", ora sono anche "vostre", oppure "sputacchiarle" come si usa fare qui, o anche ignorarle, come dice la mia piccola Lucia, "quanto rompe, questa, con le sue storie!"



CHINI MAYA DEL VILLAGGIO DI KAVRE PHEDI DI KATHMANDU

E non s'aspetta più niente,

anche se m'ha benedetta,

nulla sapendo di me,

in quell'ufficio di Renu

Women's Foundation.

Già l'hanno accolta e aiutata,

ma quattro figli, son tanti.

La prenderò a famiglia,

restituirò da lontano

quel che le manca di vita.

Collegherò ogni sforzo

a quel bagliore di sguardo

che nella madre due volte

si vede per i nipoti.

Ci proverò a dar speranza

a quei bambini avviliti,

scommessa d'un' accoglienza

sola speranza per me!


IDENTITA'

Col cuore nero di pece,

io non volevo vedere.

Ma ora c'è uno spiraglio,

perché tornando dal Nepal,

nel mio impossibile inglese,

così ho potuto rispondere

ch'ero di Women's Foundation,

italian volontary, per Apeiron,

a Kathmandu.



A SAURO E SILVIA DEL PROGETTO APEIRON

Non serve a me rimpiangere

di non aver gridato

più forte l'ingiustizia.

M'avete offerto il filo

di cui sarò 'na perla.

E non per caso ho letto

mentre facevo ritorno

che "il deserto è fecondo".3

RIFLESSIONI DI HELDER CAMERA
ed. Cittadella, Assisi, pag. 75.

Davanti alla collana

-bella come un sogno-

ho soprattutto ammirato

il filo che univa le pietre

e, anonimo, s'immolava

perché tutte fossero una ...



HUMOUR, LA DOTE DELL'ARETISTA SAURO
Katmandu 27.2.2004, Miriam

Di Sauro non ho scritto, mentre ero a Kathmandu, forse... per "troppa" simpatia.

Ma tornando, mi ha dato parole Helder Camara, ne "Il deserto è fecondo" (Cittadella ed. Assisi) che tra gli artisti - "i più vicini al Potere creatore, per abitudine mentale i più aperti ai valori umani, alla giustizia, alla libertà" - annovera gli umoristi che dispongono di uno strumento sottile ed efficace. Esistono situazioni tali in cui l'humour è l'unica cosa ancora possibile. Mi pare valga bene per Sauro, cui va tutta la mia gratitudine.



BAMBINI IN NEPAL

Piangono, dormon, han fame,

sorridono contenti d'andare

alla scoperta del mondo, giocando:

se han fra le mani un coperchio,

felici lo spingono a ruota,

se han tra le mani una corda,

la tendono e saltano insieme,

se han tra le mani dei sassi,

li tirano, a gara, lontano.

E qui ne vedo 'scomparsi'

sotto un gran carico enorme,

e spaccapietre imbiancati

o dalla polvere rossi,

dita distrutte ai telai,

servi in cucina a servire.

Dio mio,

facciamo la Tua volontà,

facciamo che sian bambini,

bambini, bambini e basta!



© 2007 Apeiron - Associazione di Volontariato Onlus